L’Europa è nata intorno a poche grandi parole come persona, lavoro, materia, progresso, libertà. Tuttavia oggi queste parole sembrano essere diventate vuote e sostituite fondamentalmente da un’unica altra parola: economia. Lo svuotamento di significato di questi concetti evidenzia il problema dell’identità culturale dell’Europa, un tema oggi particolarmente attuale anche alla luce degli esiti delle recenti consultazioni elettorali europee.
L’attuale crisi della “coscienza europea”, in concomitanza con la crisi economica, mostra che ciò che ha dato vita all’Europa Unita non è più un dato evidente, un presupposto riconosciuto da tutti come condizione per affrontare le sfide che la realtà ci pone. Come è accaduto nel passato, anche noi europei del 2014 dobbiamo riconquistare le ragioni di un’unità per niente scontata e dalla quale si può sempre regredire.
A più riprese appare ormai infatti evidente come gli interessi di carattere economico posti a fondamento dell’unità iniziale siano oggi, in realtà, divenuti in molti casi i principali elementi di tensione fra gli stati membri.
L’unità basata sul profitto non ha dunque costruito basi solide: storicamente la ricerca del profitto tende infatti a dividere più che a unire. Ma allora una reale unità è ancora possibile ? E se riteniamo che lo sia da dove o da chi bisogna partire ? E’ possibile creare processi di unità e di stabilità se la persona non è messa al centro del progetto ?
Le difficoltà del presente ci rendono consapevoli che «anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all’ordinamento comunitario» (Lettera Enciclica di Benedetto XVI- Spe salvi, 24).
Questa è allora la grande possibilità che la crisi offre a noi europei: riconquistare le ragioni del nostro “esistere comunitariamente”. Si tratta di una sfida inderogabile, e la ragione ce la ricorda ancora Benedetto XVI: «Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana». In altre parole, «le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno».
Andare alla radice della crisi cercando di capire tutti i fattori in gioco è l’unica strada per ritrovare la nuova consapevolezza di cui l’Europa di oggi necessita: e questo è un lavoro che ci interpella tutti chiamandoci ad un lavoro personale ma anche collegiale.
Proprio per queste ragioni l’Associazione Culturale Eliot organizza l’evento “Fra Est e Ovest: quale unità dell’Europa ?” invitando come relatori persone che nel loro percorso umano e professionale, allora come oggi, sono implicate nell’Est e nell’Ovest dell’Europa nel tentativo di costruire un inizio di unità che abbia al centro la persona con le sue esigenze di verità, giustizia, e libertà.
Sono stati invitati a raccontare la loro esperienza Alexsandr Filonenko (Università di Charkiv in Ucraina), Luigi Geninazzi (Giornalista e scrittore) e Aquilano Dino (Università di Torino).
L’attuale crisi della “coscienza europea”, in concomitanza con la crisi economica, mostra che ciò che ha dato vita all’Europa Unita non è più un dato evidente, un presupposto riconosciuto da tutti come condizione per affrontare le sfide che la realtà ci pone. Come è accaduto nel passato, anche noi europei del 2014 dobbiamo riconquistare le ragioni di un’unità per niente scontata e dalla quale si può sempre regredire.
L’unità basata sul profitto non ha dunque costruito basi solide: storicamente la ricerca del profitto tende infatti a dividere più che a unire. Ma allora una reale unità è ancora possibile ? E se riteniamo che lo sia da dove o da chi bisogna partire ? E’ possibile creare processi di unità e di stabilità se la persona non è messa al centro del progetto ?
Le difficoltà del presente ci rendono consapevoli che «anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all’ordinamento comunitario» (Lettera Enciclica di Benedetto XVI- Spe salvi, 24).
Questa è allora la grande possibilità che la crisi offre a noi europei: riconquistare le ragioni del nostro “esistere comunitariamente”. Si tratta di una sfida inderogabile, e la ragione ce la ricorda ancora Benedetto XVI: «Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana». In altre parole, «le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno».
Andare alla radice della crisi cercando di capire tutti i fattori in gioco è l’unica strada per ritrovare la nuova consapevolezza di cui l’Europa di oggi necessita: e questo è un lavoro che ci interpella tutti chiamandoci ad un lavoro personale ma anche collegiale.
Proprio per queste ragioni l’Associazione Culturale Eliot organizza l’evento “Fra Est e Ovest: quale unità dell’Europa ?” invitando come relatori persone che nel loro percorso umano e professionale, allora come oggi, sono implicate nell’Est e nell’Ovest dell’Europa nel tentativo di costruire un inizio di unità che abbia al centro la persona con le sue esigenze di verità, giustizia, e libertà.
Sono stati invitati a raccontare la loro esperienza Alexsandr Filonenko (Università di Charkiv in Ucraina), Luigi Geninazzi (Giornalista e scrittore) e Aquilano Dino (Università di Torino).